Napoli – Milan, per chi ha vissuto i tempi d’oro di Re Diego, non è una normale partita di calcio, ma è “La Partita”. Ciro, cinquantenne falegname di Ponticelli, in occasione di questa partita, viene colto da forte dissenteria, che lo costringe a rimanere in casa. Per anni, questa sfida non ha avuto lo stesso sapore, grazie ai vari Naldi, Corbelli, Mondonico, Calderon, Prunier e chi ne ha più ne metta, ma l’incubo è finito e il ciuccio ha ricominciato a sognare. Anche oggi qualcuno aveva paura che il Diavolo, oppure l’arbitro, ci mettesse le corna, ma il Matador ha afferrato il Diavolo per le corna. E pure l’arbitro, questa volta, nulla ha potuto. I primi dieci minuti gli azzurri se la vedono nera con i rossoneri, e al 12' il Napoli non ha ancora toccato palla quando Cassano dalla destra crossa al centro per Aquilani, che in tuffo realizza forse il suo primo goal di testa in carriera. Ciro comincia ad accusare una forte e pericolosa tensione. 14' Ma l’esultanza rimane in gola ai poveri tifosi rossoneri accorsi al San Paolo. Dopo appena un minuto, punizione dalla destra di Lavezzi, Maggio questa volta serve un assist a Cavani dall’ascensore e l’Implacabile, al volo, tira un missile terra terra, che passa tra le gambe del portiere Abbiati. Gli imprecisabili del San Paolo riprendono a cantare “chi non salta rossonero è…” e i movimenti sussultori dello stadio, provocati dalla sismica esultanza partenopea fanno saltare, per inerzia, anche gli stessi rossoneri. I sismografi individuano l’epicentro nel settore distinti superiori, dove un mastodontico tifoso di duecentocinquantotto chili, che aveva ingoiato almeno trentasei abbonati, ogni volta che saltella mette a repentaglio la stabilità dell’impianto e l’incolumità del pubblico. Al 36' L’ovunquemente Gargano parte in contropiede, percorre una cinquantina di metri palla al piede, i settantamila e rotti del San Paolo, durante quella cavalcata infinita, sono divisi in tre scuole di pensiero. Il 33% urla “Al Pochoooo, Al Pochoooo”, lanciato verso la porta, un altro 33% suggerisce a gran voce: “passala ad Hamsìk”, con l’accento napoletano sulla “i”, l’ultimo 33% “consiglia” di passarla a Cavani, che pure si era smarcato sulla destra. Un prudente 1%, invece, assiepato nei distinti superiori, trema al solo pensiero che il Napoli possa segnare di nuovo, e – sebbene a malincuore - si accontenterebbe anche di un pari, pur di non veder crollare lo stadio a causa dei saltelli di Tommaso, detto “Ippo”. Ma Gargano, con l’ultima goccia di energia che gli rimane, incurante del pericolo per la pubblica incolumità dei suoi tifosi, serve sulla destra Cavani, che – come spesso accade – non stoppa il pallone, ma tira di prima, da qualsiasi posizione. Quando intuisco che Abbiati non ci può arrivare chiudo gli occhi e mi affido al Destino e alla balistica. Per fortuna, dopo un secondo atterro in braccio a Ippo Tommaso, che stava sei gradinate più sotto. Ciro, intanto, stringe le gambe e sembra più tranquillo. Lo stadio comincia a saltare e a cantare di nuovo. Nel settore ospiti, scoppiano dei tafferugli, perché alcuni ultrà scambiano per infiltrati i tifosi rossoneri che saltellano insieme ai napoletani a causa della forza d’urto impressionante. Al 39' Aquilani si trova solo davanti a San Gennaro e calcia a botta sicura, ma il santo travestito da portiere, incazzato nero con il Governo che vuole cancellargli la festa, respinge alla Garella. Sant’Ambrogio va da Berlusconi e gli suggerisce di evitare di far coincidere ogni anno la festa di San Gennaro con la domenica, perché si potrebbe falsare il campionato. Galliani, in tribuna indossa la maschera delle grandi sconfitte e guarda Tagliavento. L’arbitro alza le spalle in segno do resa, come per dirgli “questa sera non posso fare niente manco io”. Ciro teme il peggio, ma nell’intervallo beve un tè e stringe i denti. Inizia il secondo tempo. Lavezzi – nonostante il dolore alla caviglia – non è voluto mancare alla sfida che gli era stata preclusa l’anno scorso dai giudici antisportivi e, dalla destra, mette al centro un pallone velenoso, respinto corto da Nesta. Cavani, come sempre, non pensa minimamente ad aggiustarsi il pallone e il povero Abbiati, ancora una volta, conta un solo nanosecondo tra l’impatto del pallone con il piede dell’uruguaiano e il boato del pubblico. Lo spostamento d’aria fa la fila in mezzo al portierone rossonero. L’ormai celebre urlo di guerra di un noto cronista partenopeo dovrebbe essere sostituito quando tira Cavani. Non più “Si gonfia la rete” dovrebbe gridare ma “Si sfonda la rete”, che molto meglio si attaglia alla fattispecie. E ai telecronisti tifosi vorrei regalare, senza nessuna pretesa sui diritti d’autore, due nuovi vezzeggiativi per due campioni che oggi hanno fatto la differenza: “Ovunquemente”, che perfettamente sintetizza la incredibile capacità ubiqua del nostro ritrovato mediano tascabile e “l’Implacabile”, che meglio di qualsiasi altro aggettivo descrive questo Atleta, che quando dopo le prime quattro gare dello scorso campionato scrissi che era destinato a diventare più forte di Careca mi tacciarono di blasfemia. Intanto, la gioia di Ciro è diventata… incontenibile e la sua esultanza ha un retrogusto e soprattutto un retroprofumo strano. La partita è stata lunga, lunghissima, ma tutto il resto è Gioia! E, come dice la canzone di Jovanotti, adottata dallo stadio San Paolo “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang siamo Noi”.
lunedì 19 settembre 2011
Implacabile Cavani, ovunquemente Gargano di Gianni Puca
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domenica 18 settembre 2011
Notte di Sogni, di Coppe e di Campioni di Gianni Puca
IL CIUCCIO CHE VOLA
Notte di Sogni, di Coppe e di Campioni
di Gianni Puca
Mercoledì sera a Napoli si respira un’atmosfera surreale. La città ha il fiato sospeso e i battiti accelerati come uno studente all’esame di stato. A Napoli, il mercoledì è cominciato domenica sera, subito dopo la partita con il Cesena. Tre giorni che sembrano ventuno anni. Tre giorni che sono ventuno anni.
La vita di Gaetano, carpentiere di Frattamaggiore, trent’anni da ventuno anni, si era fermata a Mosca, dopo l’errore dal dischetto del più Grande. Lui era lì, sotto la neve quella notte in cui il Napoli di Maradona fece la sua ultima apparizione in Coppa dei Campioni, e il freddo e il dolore lo avevano paralizzato. Da allora non aveva più proferito parola e una smorfia di sofferenza era rimasta scolpita sul suo volto, con il labbro inferiore tutto spostato verso destra e quello superiore verso sinistra.
Dall’alba di mercoledì fino alle venti, in tutte le auto di Napoli, da Posillipo a Secondigliano, si ascolta a palla “Zadok the priest” (che secondo alcuni significa "Forza Napoli"), il singolo di Handel più venduto. Un noto intellettuale partenopeo si è masterizzato addirittura i greatest hits del noto compositore tedesco, ma è dalla partita con l’Inter di maggio che cammina a tre metri da terra canticchiando tutti i giorni “Die Meister, die Besten, les meilleurs equipes, the champioooooons”. La gente all’inizio lo guardava e pensava avesse un accenno di Alzheimer, ma ora sono tutti pazzi per quella musichetta. Alle 20.30 le strade di Napoli sono completamente vuote. Anche Gaetano è davanti alla tv, anche se, apparentemente, non si rende conto di ciò che accade intorno a lui.
Il Napoli dei bilanci in regola sfida gli sceicchi, i nuovi paperoni del calcio mondiale, che hanno speso trecento milioni di euro per costruire una squadra di mostri, che però non ci fa paura. Aguero, Dzeko, Tevez, Silva, Tourè, Nasri, non ci fanno paura. Di più! Ci sarebbe pure Balotelli, ma stasera è in tribuna. Ma è con il coraggio della paura che il Napoli affronta questo girone di Champions terrificante, che oltre al Manchester City, vede anche il Bayern di Robben e Ribery e il Villareal di Giuseppe Rossi e Nilmar.
Ma questa partita non si può perdere. Chi glielo dice a tutta quella gente che ha trasformato Manchester in un quartiere di Napoli che questa partita, in teoria, si potrebbe pure perdere? Sugli spalti c’è un numero indefinibile di napoletani, che può variare dai tremila ai diecimila (se si contano i mimetizzati), che hanno speso uno stipendio intero (proprio o di qualche sventurato che lo aveva appena ritirato in banca) per essere presenti a questo appuntamento con la storia. Un appuntamento al quale il ciuccio si presenta più elegante che mai, con lo smoking e un bellissimo paio d’ali.
Quando i calciatori si schierano a centrocampo e nello stadio la prima nota dell’inno di Handel si leva nell’aire, nel settore ospiti appare lo spirito di Diego Armando Maradona, con indosso un mantello azzurro e la maglia nuova del Napoli, color antracite con richiami in oro. San Gennaro, appollaiato su un riflettore, si scioglie il sangue nelle vene e si commuove. Quando il bisteccone svedese fischia l’inizio della partita, una lacrima scende miracolosamente dagli occhi di Gaetano e battezza la maglia nuova della Champions.
Io la partita ve la potrei anche raccontare tutta, anche perché è stata spettacolare come poche partite alle quali ho assistito in vita mia. Partita combattutissima, con Gargano e Inler che sembravano due gladiatori, che hanno domato belve feroci, delle quali il solo Tourè pesava quanto lo svizzero, l’uruguaiano e le rispettive famiglie; con Campagnaro e Cannavaro travestiti da contraeree, che hanno intercettato tutti i caccia bombardieri inglesi che si sono alternati in campo. Una partita in cui abbiamo dimostrato che neppure tecnicamente siamo inferiori alla squadra inglese che per un solo attaccante ha speso quanto Hamsik, Cavani e Lavezzi, che quando ha colpito la traversa ha fatto saltare il turbante allo sceicco. Con Zuniga, che con un dribbling superalcoolico ha ubriacato la difesa inglese, servendo un assist per Hamsik, il cui tiro - respinto sulla linea da Frankestein jr- ha provocato sei milioni di bestemmie diverse, iniziate all'unisono, ma alcune delle quali ancora in corso...
Ma la partita si può sintetizzare in un’azione sola, iniziata in un imprecisato minuto del secondo tempo di una partita senza tempo. Gokhan Inler, con un tackle in cui si concentrava la grinta di tutto il popolo napoletano, sradica letteralmente il pallone dai piedi di un vatusso inglese lanciato a rete; in quel momento a Christian Maggio appaiono Richard Trevithick e George Stephenson e parte come un treno spinto da sei milioni di napoletani. Il treno azzurro sfonda tutti i passaggi a livello. Lo spostamento d’aria strappa la parrucca dal capoccione di Mancini e la fa atterrare sulla pelata di Attilio Lombardo.
Il povero Gaetano, intubato ma quanto mai cosciente, si sente come se fosse il macchinista di quel treno inarrestabile. Allunga le mani in avanti e stringe i pugni. È gasato come una cassa di coca cola. Intorno a lui, nessuno dei presenti si accorge del miracolo. Maggio, giunto al limite dell’area, sembra aver finito il carburante, ma in realtà potrebbe continuare a correre fino a Napoli. Tutti gli gridano “Passalaaaaa, passalaaaa”, perché Cavani sulla destra è smarcato. Anche Gaetano, a modo suo, gli grida “Passalaaa”, ma nessuno può sentirlo, a parte Maggio, che passa la palla a Cavani.
Quando Cavani si ritrova da solo davanti al portiere, il volto esangue di Gaetano riprende colore e gli occhi slavati ritornano azzurri. San Gennaro, sugli spalti, pensa che anche se mancano ancora quattro giorni, il miracolo ormai lo può fare quando gli pare, visto che il Governo gli ha cancellato la festa dal calendario. A causa della lieve differita di immagini tra Rai, Mediaset e Sky, partono tre distinti boati, che i sismologhi inizialmente riconducono ad un’eruzione sincronizzata del Vesuvio, del Mauna Loa e dell’Eyjafjallajökul.
Nel momento in cui il tiro di Cavani passa sotto le gambe del portiere inglese, prima ancora che la palla entri in rete, lo spirito di Marco Tardelli si impossessa di Gaetano, che salta dalla sedia a rotelle e corre fuori al balcone urlando: “Gooooal” “Gooooal” “Gooooal”. Gaetano si risveglia dal coma per urlare una gioia repressa per ventuno interminabili anni, scavalca la ringhiera con un salto da olio cuore e continua a correre per tutto il giardino, urlando come un forsennato, spaventando anche il doberman che si arrampica su un albero.
Poi, su una punizione inesistente, la barriera si apre in maniera sconsiderata, e il pallone – spostato da Aguero di qualche metro più avanti proprio sulla mattonella preferita di Kolarov - finisce in fondo al sacco. Ma il pareggio degli inglesi non riesce a scalfire l’entusiasmo dei napoletani, che hanno visto la loro squadra insegnare calcio a chi il calcio lo ha inventato, grazie ad una perfetta impostazione della partita da parte di Mazzarri e ad un'eccellente interpretazione della stessa da parte dei quattordici leoni scesi in campo.
E ora Gaetano e tutti gli altri malati di azzurrite spastica riprendendo il sogno da lì dove era stato spezzato.
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domenica 11 settembre 2011
Il Ruggito del Ciuccio - di Gianni Puca
Dopo una settimana di sciopero pagato, inizia finalmente il campionato. Il Napoli si presenta a Cesena col timore del campo in erba sintetica. In curva, un giovane tifoso che assume di averne fatto diverse volte uso, rassicura tutti: “l’erba sintetica non fa male”.
Mazzarri tiene a riposo Hamsik, in vista della sfida stellare di Manchester, e deve rinunciare a Cavani, invitato al battesimo di un nipote di Tabarez. Inizia la partita.
1’ Benalouane, difensore a lungo seguito dalla Juventus per raccogliere l’eredità di Legrottaglie e Boumsong, sfiora il goal di testa.
2’ Fallo laterale per il Napoli, lancio di trenta metri di Campagnaro con le mani, i difensori romagnoli, che stavano ballando il liscio sulle note di Raul Casadei, vengono sorpresi da Lavezzi che frigge Fravaglia, all’esordio in serie A. Il tifoso in erba sta ancora arrotolando lo spinello e il Napoli è già in vantaggio. Il divano nuovo della curva Puca non regge al peso della gioia degli scalmanati abbonati.
5’ Contropiede micidiale di Lavezzi atterrato al limite dell’area. I settemila tifosi partenopei presenti al Manuzzi tremano. Ma Gargano è squalificato, e in ogni caso, De Laurentiis lo ha confermato solo a condizione che giurasse sui puffi che non tirerà mai più un calcio di punizione.
16’ Cambio di campo di Campagnaro, Medioman - dall’altro lato – tenta lo stop sotto gli occhi di migliaia di tifosi azzurri, che si chiedono come sia possibile che a Napoli esista ancora la disoccupazione. Se l’anonima sequestri o anche la banda Bassotti rapisse Medioman quest’anno, a Napoli, potrebbe succedere l’Imponderabile.
20’ Azione spettacolare del Napoli, Inler apre per Dossena che crossa per Maggio. Il piattone al volo finisce fuori, ma un centrocampo così forte a Napoli non lo vedevamo dai tempi d’oro.
24’ Mutu apre per Eder sulla destra, finta su Medioman, pallone al centro per Guana, che anticipa Cannavaro. E qui è necessario aprire una parentesi: Roberto Guana, fino al 23’ minuto di questa partita, aveva realizzato tra serie A e serie B la media di 1 goal ogni 116,5 partite. Se si considera che lo stesso ha giocato quattordici campionati professionistici, il suo score è di un goal ogni sette anni! Media goal a partita che si attesta intorno al goal ogni 1.545,6 periodico, se aggiungiamo le partite all’oratorio e i tornei tra Bar. Il goal di Guana era bancato 15000 a 1! Un suo zio di Brescia, infatti, giocando 5,00 euro ha guadagnato ben 75.000 euro.
35’ Lavezzi crea e distrugge. Parte da Reggio Emilia, dribbla mezzo Cesena, triangola con Santana e, solo davanti a Fravaglia, riesce a calciare fuori, lasciando incredulo lo stesso pallone.
44’ Tiro al volo di Candreva parato da De Sanctis, che era al telefono con Tommasi, convinto che lo sciopero fosse stato prorogato.
53’ Martinez, a bordo campo, si riscalda sulla bici di Santacroce.
54’ Benalouane batte il record di Pazienza e riesce a collezionare due ammonizioni in 78 secondi e 19 centesimi. Espulso giustamente dall’arbitro Bergonzoni, che subito dopo però si inventa un’ammonizione per Lavezzi e una per Cannavaro. La seconda per un doppio carpiato con triplo avvitamento di Candreva.
66’ Hamsik, entrato da poco al posto di Santana - che a dispetto del nome è tra le poche note stonate della partita - serve un assist perfetto a Campagnaro, che riporta il Napoli in vantaggio. Un goal che certamente non gli farà dimenticare la grave tragedia vissuta quest’estate, ma che ci restituisce uno straordinario professionista.
67’ Inler, che non ha ancora sbagliato un passaggio, ci prova da fuori area.
71’ Missile terra area di Hamsik che brucia i guantoni di Fravaglia, che respinge.
75’ È ufficiale: Inler è un Mostro, sradica il pallone dai piedi degli avversari e imposta come fosse una cosa sola. Lo svizzero ha trasformato la squadra, ora corre il pallone e gli attaccanti faticano di meno.
76’ Martinez sta per vincere il primo Giro della Padania. Miss Padania e Maroni lo aspettano al traguardo per baciarlo, ma l’uruguagio appena vede il ministro leghista, che gli sta sugli omonimi, se ne torna in retromarcia a Cesena.
84’ Maggio supera in velocità Husain Bolt e un difensore cesenate, mette il pallone al centro per Pandev, che ha evidentemente frainteso le parole di Mazzarri quando diceva che voleva una squadra che giocasse come il Barcellona, ossia “a occhi chiusi”. La traversa, stamattina, è ancora lì che ride.
86’ Batti e ribatti in area romagnola, Marek Hamsik calcia al volo un pallone che qualsiasi giocatore normale stopperebbe. Cinque minuti dopo aver sfondato la rete siglando il 3 a 1 per il Napoli, il pallone - scagliato dallo slovacco con una potenza inaudita - viene fotografato da un autovelox di Mugello del Barberino.
90’ de Laurentiis manda un sms a Pandev dicendogli che se sbaglia un altro goal così gli fa fare il film di Natale insieme a Massimo Boldi.
Bergonzi fischia dopo quattro minuti di recupero. Il Milan è a meno due e domenica sera farà visita al Napoli che, vincendo, potrebbe chiudere il campionato con qualche giornata di anticipo. Scherzi a parte, quando rientrerà in campo anche Cavani, che oggi ha goduto di un meritato turno di riposo dopo i 33 goal dello scorso campionato, e se si riuscirà a colmare la falla sulla sinistra, magari spostandovi Campagnaro e inserendo Fernandez a destra, ci sarà da divertirsi, soprattutto se Mazzarri dimostrerà il coraggio che ha avuto oggi, schierando nell’ultima mezz’ora una squadra arrembante, ma allo stesso tempo equilibrata.
Alla notizia che a mezzanotte circa il pallone calciato da Hamsik in occasione del goal è stato ritrovato a Caianiello, al vice di Roberto Mancini, Attilio Lombardo, gli si sono drizzati i bulbi in testa e stamane si è svegliato con un acconciatura alla Mergie Simpson!
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domenica 22 maggio 2011
La Partita infinita Juve - Napoli di Gianni Puca
La Partita infinita
di Gianni Puca,pubblicato su pensieroazzurro.com
Juve - Napoli
Tratta dal libro "L'eleganza del ciuccio". Di Gianni Puca. Boopen Led edizioni
“Papà, papà, voglio ‘a maglietta, voglio ‘a maglietta”, grida Gennarino, tirando il padre verso una bancarella. “Certo, bello ‘a papà, quale vuoi?”, risponde Giovanni ricordando la prima maglietta che suo padre gli regalò quando aveva anche lui cinque anni. “Quella, papà, voglio quella”. L’uomo, devastato come un dongiovanni che scopre di avere un figlio gay, cerca di mantenere la calma. “È ancora piccolo…”, pensa tra sé, e cerca di riportarlo sulla retta via: ““No, ‘a papà, quella è cacca…”! “No, voglio quella, voglio quella”, insiste Gennarino, puntando i piedi a terra. “Quella mammà me lo diceva sempre che non mi dovevo sposare con una straniera, e tra l’altro di Torino”, pensa Giovanni. “Ma che devi fare ‘a papà con questa maglietta? È tutta bianca e nera… Vedi questa quant’è bella, tutta azzurra”! Ma il bambino continua a piangere e insiste. Giovanni, a malincuore, per la prima volta in cinque anni, pensa che i bambini non debbono averla sempre vinta e che quando chiedono cose assurde bisogna pure farli piangere!
Con il cuore in lacrime, Giovanni porta Gennarino dal nonno e gli racconta l’accaduto. Il povero padre non riesce a darsi pace: “Non è possibile, non è possibile, perché proprio a me? Un figlio juventino no! Questa disgrazia non doveva capitare proprio a me. E non dirmi che ci sono cose peggiori nella vita, papà. Lo sai pure tu che non è vero. Non c’è niente di peggio per un napoletano che avere un figlio juventino”. “E vabè, ‘a papà, chillo è piccerillo ancora, nun te preoccupa’, io sono sicuro che crescendo guarisce”, cerca di rassicurarlo il nonno, asciugando la tristezza che scorre a fiumi dai suoi occhi. Nonno Gennaro invita il nipotino a sedersi vicino a lui sul divano. “Gennarì, bello d’’o nonno, mò ti racconto una storia, te ne ho raccontate tante da quando sei nato, ma questa è la favola più bella che io ti racconterò. C’era una volta Diego Armando Maradona…”.
Gennarino, solo a sentire questo nome, chiude gli occhi e comincia a sognare. Quel nome fa lo stesso effetto anche al papà e al nonno. Per i napoletani di qualsiasi generazione, Maradona è sinonimo di Sogno, e tutti e tre i rappresentanti di tre diverse generazioni, si ritrovano uno in braccio all’altro sul divano azzurro, e vengono rapiti dallo stesso Sogno, che è per metà in bianco e nero e per metà tutto azzurro! In verità, più che un sogno, all’inizio sembra un incubo. Tutto comincia con un pallone che scende dall’alto dell’inferno e cade lentamente in prossimità di uno dei calciatori più scarsi della storia del calcio. Uno che in vita sua non aveva mai segnato neppure a biliardino e a subbuteo. Ma nei sogni e negli incubi possono accadere anche cose scientificamente inspiegabili, e così Pasquale Bruno, un terzino con i piedi montati al contrario, calcia a volo da distanza siderale e fredda il cuore di tutti i sognatori azzurri che si erano sintonizzati sulle frequenze di quel sogno. La Juve, come spesso purtroppo accade nella realtà, anche nel sogno passa in vantaggio. Gennarino esulta. Il papà e il nonno sono disperati sia per il vantaggio del nemico, sia perché stanno allevando un piccolo juventino in famiglia.
Sugli sviluppi di un calcio d’angolo, nell’area juventina, ciascun difensore bianconero commette fallo su un napoletano. L’arbitro, scorge in tribuna l’avvenente moglie di Furino ed emette un fischio di approvazione. Tutti pensano abbia concesso il calcio di rigore. Nel mentre l’arbitro è ancora distratto, l’oriundo Altafini, costoso acquisto del Napoli, dagli undici metri ristabilisce la parità. I tifosi napoletani non riescono manco ad esultare, perché non riescono a credere che abbiano assegnato un rigore al Napoli a Torino.
L’arbitro si rende conto di averla fatta grossa e corre in bagno. Moggi lo chiude a chiavi nello spogliatoio e manda in campo al suo posto Marchionne, un dirigente della Fiat in cassa integrazione. Appena entrato in campo, la giacchetta bianconera assegna un calcio di rigore alla Juve, per un fallo di Caricola su Juliano a centrocampo. Lo stesso arbitro trasforma dal dischetto.
Dopo pochi minuti, l’arbitro abusivo assegna un rigore alla Juve per un presunto fallo di mano di Garella, che notoriamente mai nella sua carriera ha toccato un pallone con le mani e se pure fosse, almeno da distinta risulta un portiere. L’arbitro, dopo aver messo a segno la doppietta, si toglie la maglia e corre sotto la curva ad esultare. Sotto la giacchetta bianconera esce una tuta da metalmeccanico con su scritta una dedica per il suo datore di lavoro. “FIAT VOLUNTAS TUA!”. Il guardalinee lo ammonisce. Sivori, che - prima di passare al Napoli - per anni ha assistito dall’interno a certe dinamiche, va sotto la tribuna e rivolge un gesto eloquente al suo ex Presidente, strofinando i polpastrelli del pollice con quello del dito medio della mano sinistra. L’arbitro lo espelle e fischia la fine del primo tempo.
Nell’intervallo, Altafini viene clamorosamente ceduto alla Juve e cambia maglia durante la stessa partita. Il traditore, considerata l’età avanzata e il freddo pungente, indossa la maglia numero 71 bianconera su quella azzurra e si accomoda in panchina accanto al braciere.
Nelle file del Napoli, che è in inferiorità numerica non solo per l’espulsione di Sivori, si riscalda un altro campione argentino. Diego Armando Maradona, durante l’intervallo comincia a palleggiare con qualsiasi cosa. Comincia con palloni, limoni e arance, passando poi a palleggiare con barattoli di aranciata e di lemonsoda. Uno potrebbe pensare: “Vabè, in un sogno tutto è possibile”. Ma il fatto è che nella realtà, Lui riesce a fare ciò che neppure nei sogni si riesce a fare”!
Sugli spalti, intanto, uno sparuto gruppo di esagitati tifosi bianconeri si avvicina al settore ospiti, in cui ci sono sei milioni di malati, e cominciano ad inveire in juventino stretto. A capo degli scalmanati, vi è un giovane dal fisico curvilineo, il volto cereo, gli occhi spiritati e con pochi capelli nerissimi inutilmente sparsi sulla testa. Gianlapo, detto il gobbo, cerca di fronteggiare l’incontenibile tifo azzurro. Lui che, anche grazie a certificati medici falsi, non ha svolto il servizio militare, compone la canzone “Il riformato innamorato”, e subito dopo tutta la curva bianconera la adotta come inno juventino. Al di là della recinzione, Palummella - capo storico del tifo azzurro – organizza delle originalissime coreografie, e spostando di posto i tifosi che indossano maglie azzurre e bianche, compone uno striscione umano, che recita: “Meglio un giorno da leoni che cento da Agnelli”. Gianlapo, per darsi un tono, mastica un chewingum al lipopill e creatina. I napoletani creano nuove colorate coreografie, sventolando nell’aire i termos pieni di cibo e di sogni altrettanto caldi. Intanto le squadre rientrano in campo. La strada del Ciuccio è in salita e appare disperata, ma i napoletani, da sempre, hanno creduto che prima o poi il Ciuccio avrebbe imparato a volare.
All’inizio del secondo tempo, l’arbitro – che negli spogliatoi ha visto la moviola e si è reso conto delle proprie scandalose decisioni – a titolo di contentino assegna un calcio di punizione in area a favore del Napoli. Ma, per evitare problemi, schiera la barriera bianconera a cinque metri dal punto di battuta. Bruscolotti protesta con l’arbitro, sarebbe tentato di mettergli una bomba sotto la Ritmo. Ma Maradona, al quale aveva ceduto signorilmente la fascia di capitano, lo tranquillizza e gli dice: “Tanto lo segno lo stesso”. Secondo gli esperti di balistica, quel pallone aveva le stesse possibilità di entrare in porta che avrebbe il Monte Bianco di entrare nello sgabuzzino di Maometto. Ma anche la balistica è un opinione quando si ha a che fare con la Fantascienza. E così Maradona, prende una rincorsa breve, calcia praticamente con il tallone, e quel tiro sinistro del metafisico argentino scavalca ogni principio della fisica e si infila sotto la traversa, con il palo che abbraccia il portiere per rincuorarlo.
L’arbitro assegna un corner al Napoli. Tra nebbia e fumogeni, dalla bandierina spiove al centro una speranza. In area tutto è avvolto dalla foschia, solo una maglia azzurra numero nove si distingue tra le sagome e la speranza scende lentamente nella sua direzione. In quell’attimo eterno, la maglia azzurra ripercorre anni di schiaffi presi dal nemico più odiato, di calci presi nel sedere, di urla di gioia soffocate in gola. E pensa che quella speranza deve essere indirizzata al suo posto. All’incrocio dei pali. Sa bene che se fa qualsiasi cosa diversa dal calciare al volo, la speranza si perderà nella nebbia. E così chiude gli occhi, anche se non ce ne sarebbe bisogno, e calcia al volo, con tutta la forza che ha. Il pallone, nel momento in cui sfonda la porta bianconera, emette un suono inconfondibile, e anche se la maggior parte dei tifosi napoletani neppure vede cosa accade, lo sente, e così il popolo azzurro sente che l’ora della Liberazione dal nemico è vicina.
Il novantesimo è quasi alle porte quando Careca comincia a palleggiare in faccia agli avversari a centrocampo e serve Romano che lo lancia in contropiede. Careca supera sullo scatto Manfredonia, Galia, Cuccureddu e Andrade, scavalca Tacconi con un pallonetto, ma il maledetto Brio respinge sulla linea. Ma Careca stoppa di petto e con una bomba fa saltare in area la supponenza bianconera! Il Napoli sarebbe in vantaggio, ma l’arbitro dimentica di annotare il goal di Careca sul cartellino, e quello che conta è il referto arbitrale, che sicuramente sarà oggetto di discussione su tutti i giornali così come il referto medico dell’arbitro stesso, che adotta l’ennesima decisione ortopedicamente sconveniente.
A bordo campo, si riscaldano i due traditori storici: Altafini e Quagliarella. Il secondo inciampa in una bestemmia e viene trasportato all’ospedale Incurabili. Entra Altafini, che giusto il tempo che la badante lo accompagni nell’area partenopea e, con un tocco ingrato come il suo cuore, spezza quello dei napoletani, che in tempo reale gli dedicano una canzone amara come il tradimento più doloroso. Se vi tradisce vostra moglie, pazienza, uno se ne fa una ragione e si trova un’altra donna. Ma essere traditi dal centravanti che avete tanto amato è infinitamente più doloroso! Mai nella storia del tifo napoletano, i partenopei sono stati così tristi. Quella canzone, core ‘ngrato, condensa in pochi versi il dolore dell’intero popolo napoletano: “Core ‘ngrato, t’haje pigliato ‘a vita mia…”, dice la parte più toccante della canzone. E il sogno principale della vita del 99,9% dei napoletani è quello di vedere uno scudetto della propria squadra del cuore. Molti sono morti senza aver mai assaporato quella Gioia, o almeno così crediamo, sebbene una secca smentita è apparsa sulle mura dei cimiteri cittadini.
L’arbitro prova a decretare la fine della partita, ma Salvatore Bagni lo ferma in tackle facendogli perdere il fischietto nella nebbia.
La partita prosegue all’infinito. Se fosse in azione un cronometro, saremmo certamente oltre il secondo tempo supplementare quando Careca si invola sulla destra trascinandosi dietro schiere di terzini bianconeri impotenti. Tutti guardano l’arbitro, che ancora è alla ricerca del fischietto perduto. Prova a fischiare senza, portandosi pollice e indice alla bocca alla Trapattoni, ma non lo sente nessuno. Il pallone piove al centro, centinaia di maglie bianconere provano ad affossare le antagoniste maglie azzurre. Ma Alessandro Renica, un difensore che in un’altra vita è stato senz’altro un fenicottero, si libra nell’aire e con una capocciata provvidenziale impatta il pallone, che rimbalza davanti al portiere e lo scavalca andandosi ad infilare in rete, spinto dall’urlo di milioni di increduli tifosi azzurri. Gianlapo, intanto, dopo aver ingurgitato un pacchetto di zigulì al gusto di E.P.O. (che sarebbe un acronimo che sta per Elah al gusto di Patate e Ossobuco) viene colto da malore e trasportato d’urgenza all’ospedale “Qui in genere si crepa”, dove gli viene diagnosticata la cosiddetta “sindrome di Alocriga” che lo fa correre anche mentre dorme fin quando la dose fa effetto, facendolo stramazzare successivamente al suolo.
L’arbitro concede qualche attimo di recupero supplementare, certo che la Juve possa riportarsi in vantaggio. Ma è il Napoli ad avere ancora più energie, grazie anche alla straordinaria preparazione atletica effettuata dal preparatore Pondrelli. Ed ecco che Lavezzi lancia in contropiede Datolo, l’ottavo nano creato da Walt Disney solo per quella singola pagina della favola. L’argentino vola sulla sinistra, superando in successione Gentile, Favero, Thuram, Kohler, Boumsong e Grygera, crossa al centro per il puntuale intervento di un difensore juventino, che serve un assist perfetto per Marek Hamsik, nato come per magia da un caloroso abbraccio tra Salvatore Bagni e Ciccio Romano. Lo slovacco con un tiro preciso come uno schiaffo in pieno volto, capovolge in maniera definitiva anni di storia.
Cavani, che intanto era stato espulso per essersi complimentato con l’arbitro per la giacchetta bianconera, lancia un urlo bestiale dalla tribuna. Presidente, allenatore, giocatori e tifosi diventano un solo urlo!
Intanto la banda di Fuorigrotta fa il giro di campo, camminando a passo di marcia sui resti bianconeri, e in mondovisione suona la musichetta della Champions!
Intanto il papà e il nonno di Gennarino si svegliano. Il bambino sogna ancora, ma nel sonno canta: “Olè olè olè olè… Pochoooo… Pochoooo”.
Il papà e il nonno si abbracciano, piangendo di gioia.
Il bambino è guarito!
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giovedì 19 maggio 2011
L'inno di Handel di Gianni Puca
L'inno di Handel
di Gianni Puca, pubblicato su pensieroazzurro.com
Il fair play per una volta è stato protagonista assoluto in una partita di calcio. Eppure era una sfida importantissima, si lottava per il titolo di vice campione d’Italia. In gare come questa ci si aspettano almeno una ventina di feriti in campo, sganassoni tra dirigenti e lanci di ciclomotori dagli spalti, e invece no… I calciatori mostravano un aplomb da giocatori di cricket e il pubblico partenopeo sembrava più inglese di quello dell’Old Trafford. I rispettivi direttori sportivi si scambiavano le figurine, mentre gli allenatori si facevano i complimenti per i vestiti nuovi.
Aronica, sebbene l’ora del tè fosse passata da un po’, offriva frollini danesi al burro al goloso Eto’o, che – per smentire quelli che dicevano sarebbe finita zero a zero - portava in vantaggio l’Inter, con il pubblico partenopeo che bestemmiava compostamente in inglese. I difensori nerazzurri ricambiavano con insolita cortesia, mettendo sul tavolo un vassoio di pepparkakor e di kanelbullar, tipici biscottini svedesi allo zenzero e alla cannella. Al goal di Zuniga, sempre in modo molto composto, le gradinate del San Paolo saltellavano e cantavano “chi non salta è bianconero”.
Più di una volta, durante la partita, i calciatori mettevano fuori il pallone per consentire sostituzioni di avversari nonostante non avessero arti penzolanti e neppure manifestavano copiose perdite di sangue.
Il brasiliano Maicon, al momento della sostituzione di Zuniga, lo abbracciava complimentandosi per il goal, e il colombiano si congratulava per il palo, che ancora stava tremando. Cambiasso, nell’uscire dal campo, applaudiva la tribuna dei napoletani e la tribuna gli tributava una standing ovation.
Addirittura Zanetti soccorreva Aronica che accusava crampi tattici quando mancava ancora un’ora alla fine e Nagatomo, in attesa della barella, gli raccontava barzellette giapponesi, con sottotitoli in palermitano.
Ma le squadre, contrariamente a quanto sostenuto dallo stesso pallone, hanno giocato una partita vera, sebbene molto tattica. Una partita che poteva finire con qualsiasi risultato: 1-1, 2-2, 3-3. Forse anche 4-4... Ma giammai 0-0!
I soliti maliziosi di mentalità scandinava hanno insinuato sospetti assolutamente incompatibili con il costume italiano. Tra danesi e svedesi è certamente più facile addivenire a certi gentleman agreement, appartenendo i due popoli a ceppi linguistici affini. Ma come si fa a spiegare ad una squadra composta da giocatori di trentasei nazioni diverse, di dodici ceppi linguistici diversi, il concetto di “biscotto”? In Camerun, ad esempio, i biscotti non si usano. E a quanto pare neppure in Sudamerica. E il palo ne è testimone. Milito e Maicon hanno fatto saltare le coronarie a sei milioni di napoletani, dei quali almeno l’80% si erano giocati stipendi, pensioni e mogli sul pareggio e sull’accesso diretto del Napoli in Champions.
Ma come si fa a dubitare di due squadre che fanno tutto il necessario per raggiungere il proprio obiettivo e di fatto lo raggiungono? Nessuno ha regalato niente all’avversario, un punto serviva all’Inter e uno serviva al Napoli e lo hanno conquistato. Sul tavolo ce n’erano tre, ma il resto è mancia…
Il triplice fischio di De Marco decretava la fine della partita e l’inizio dello spettacolo. Sugli spalti. Freddy Mercury intonava “ ‘O surdato ‘nnammurato” e subito dopo Sal Da Vinci cantava “We are in Champions”. Gli ottantamila del San Paolo piangevano e si abbracciavano. Ma il momento più emozionante è stato quando ho visto un perfetto sconosciuto con un occhio di vetro piangere come una finestra durante un temporale estivo. La cosa miracolosa è che non piangeva con l’occhio verde, quello buono. Le lacrime scendevano miracolosamente dall’occhio azzurro, quello di vetro!
Lo guardavo negli occhi, se così si può dire, e non credevo ai miei. Ma a Napoli può capitare anche questo. A inizio campionato, secondo gli esperti, il Napoli aveva le stesse possibilità di andare in Champions di quelle che aveva un cammello cieco di passare nella cruna di un ago perso nel pagliaio. E chiunque avesse detto che Zuniga avrebbe segnato il goal decisivo per la l’accesso diretto sarebbe stato interdetto senza neppure la nomina di un ctu. E invece siamo qui a cantare e a piangere. Ci sentiremmo tanti fessi se non fossimo napoletani. Piangere per una partita di pallone, in qualsiasi altra parte del mondo, è una cosa abbastanza insensata. Ma a Napoli no. Essere tifosi del Napoli non è come essere tifosi della Juve, dell’Inter o dell’Atalanta. Qua a Napoli se chiedete ad un bambino cosa voglia fare da grande, non vi risponderà l’avvocato, l’ingegnere o l’astrofisico, no. Vi risponderà che vuole fare il mediano, il centravanti, il fluidificante, o nella peggiore delle ipotesi il capo ultrà. Se oggi chiedete ad un napoletano qualsiasi qual è il suo compositore preferito, non vi dirà Beethoven, Chopin o Mozat, no. A Napoli da qualche giorno sono tutti pazzi per Georg Friedrich Händel, l’autore dell’inno composto, secondo alcuni, in onore di Giorgio II di Gran Bretagna nel 1727, e che viene cantato ad ogni incoronazione di un monarca britannico. “Zadok the priest” è attualmente il singolo più venduto dagli ambulanti napoletani, che in pochi giorni ne hanno venduto milioni di copie masterizzate… Ora a Napoli utilizzano tutti come suonerie del cellulare il capolavoro del compositore sassone. La gente ormai si telefona pure quando sta a due metri per sentire la musichetta della Champions. E pure le sveglie napoletane ormai non hanno più quel fastidiosissimo trillo che faceva saltare dal sonno. Gli operai napoletani ora continuano a sognare anche quando si svegliano alle cinque di mattina. E anche sui cantieri ormai non si attinge più solo al repertorio dei classici napoletani, e i mandolini e le chitarre sono stati rimpiazzati da oboe, archi e fagotti.
E, non ci crederete, ma Gaitano, il pittore che mi sta dipingendo la stanza d’azzurro, con stelle che brillano intorno al televisore, anziché la solita “Maria Marì”, stamattina canta con la sua inflessione afragolese: “Die Meister, die Besten, les meilleurs equipes, the champioooooons”!
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sabato 14 maggio 2011
La squadra nel pallone - di Gianni Puca
La squadra nel pallone
di Gianni Puca, pubblicato su pensieroazzurro.com
Longobarda – Borgorosso Football club 2-1
Un testacoda che promette scintille è previsto oggi tra il Borgorosso Football club, squadra del focoso presidente Benito Fornaciari, e la Longobarda, allenata da Oronzo Canà, inventore della bizona. Il Borgorosso, al di là di ogni aspettativa, è in lotta per le primissime posizioni, mentre la Longobarda ha bisogno di punti per salvarsi.
Nelle ultime settimane ci sono state un po’ di polemiche in casa del Borgorosso, con lo Stregone della panchina distratto dalle continue voci di mercato, secondo cui nel prossimo campionato siederà sulla panchina di un grosso club. Voci che hanno fatto infuriare il presidente Fornaciari, tentato addirittura di esonerarlo, nonostante lo straordinario lavoro compiuto fino ad oggi e di sedere personalmente in panchina per le ultime tre gare di campionato.
Il Borgorosso ha battuto una serie incredibile di record quest’anno, ed è rimasto in corsa con Milan e Inter per lo scudetto quasi fino alla fine, anche grazie all’apporto del pubblico, che ogni domenica risultava il dodicesimo uomo in campo, sia in casa che in trasferta.
La Longobarda, invece, nonostante le alchimie tattiche di Canà, il cui 5-5-5 è ormai imitato da diverse squadre tra le più blasonate al mondo, rischia seriamente la retrocessione a causa di una difesa, guidata da Crisantemo, che ha già subito centotrentasette goal.
Il primo tempo è contraddistinto da schermaglie tattiche con entrambi i portieri intenti a guardare le partite delle dirette avversarie in televisione. La bizona della Longobarda mette spesso in fuorigioco i calciatori del Borgorosso, e quando non ci riescono l’arbitro fischia lo stesso. Le punte del Borgorosso appaiono spuntate, e l’acquisto di gennaio, Coutequinho, scalpita in panchina. Ogni quindici minuti esatti, il giornalista Ceretti, di una nota testata sportiva del nord, aggirando i controlli di sicurezza, si avvicina allo Stregone e gli chiede lumi sul suo futuro. Lo Stregone, nonostante la palla di vetro gli dica ad alta voce che dovrebbe rimanere lì ancora per tre anni, risponde che deve valutare prima una serie di cose, tra cui l’eventuale partecipazione della Juve al prestigioso Trofeo Birra Moretti.
Nell’intervallo, il commentatore tv Picchio De Sisti, fa rilevare che alla luce dei risultati degli altri campi, un pareggio potrebbe stare bene ad entrambe. La voce arriva subito in campo e nell’aria si sente un dolce profumo di biscotto. I tiri in porta si contano sulle dita di una mano di Muzio Scevola. All’intervallo, Speroni della Longobarda ha ancora la maglietta profumata, Crisantemo non ha ancora messo a segno un’autorete. Il più sudato è Aristoteles, che si riscalda a bordo campo dall’inizio della partita.
Celestino del Borgorosso cerca di caricare i compagni urlando nello spogliatoio il motto coniato dal Presidente: “Chi si estrae dalla lotta è un gran figlio della…”. Ma la rima è completata solo da un paio di compagni, sbadigliando.
Canà apprende il risultato sfavorevole di alcune dirette concorrenti e capisce che il biscotto proposto da De Sisti sarebbe amaro per la sua squadra e rientra i campo, urlando: “Picchio De Sisti”!
Inizia il secondo tempo. Speroni per la prima volta entra nell’area di rigore del Borgorosso, Celestino gli va incontro, ma prima ancora che lo tocchi, Speroni si esibisce in un doppio carpiato con avvitamento e frana a terra. L’arbitro fischia il calcio di rigore, tra le proteste dei difensori del Borgorosso. Lo stesso Speroni se ne incarica, realizzando il primo rigore della sua carriera. Canà si commuove.
Dopo appena tre minuti Speroni viene espulso per doppia ammonizione. Con un uomo in meno, lo stratega pugliese opta per un inevitabile cambio di modulo e passa al 6-6-6. I suoi uomini appaiono frastornati, ma non più dello Stregone del Borgorosso, che non sa come controllare i sei attaccanti della Longobarda, e soffre notevolmente la superiorità a centrocampo degli avversari e neppure riesce a scardinare quella che era la difesa più battuta di tutti i campionati professionistici e non, ma che con il nuovo modulo, che si fonda sulla trizona, pare aver trovato la quadratura del cerchio.
Lo Stregone si decide quindi a buttare nella mischia Coutequinho, uno dei più validi acquisti della campagna di rafforzamento di gennaio. Canà adotta immediatamente le dovute precauzioni e passa a dodici in difesa. Ciò nonostante, il Borgorosso pare aver ritrovato improvvisamente la verve solita e attacca a spron battuto, sebbene i tiri dei propri attaccanti finiscano tutti nei vetri dei fabbricati situati alle spalle della porta della Longobarda.
Nel mentre il Borgorosso attacca, il giornalista Ceretti si avvicina di nuovo allo Stregone, chiedendogli di predirsi il futuro. Lo Stregone si fa le carte. Le carte cantano e dicono che deve rimanere lì per altri tre anni, ma lo Stregone risponde che deve valutare una serie di cose, e in particolare se Marchionne rimane alla Fiat o se passa alla Peugeot.
Al 66’, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Coutequinho chiama lo schema; lo specialista dei corner manco si ricorda di aver provato degli schemi in settimana e passa la palla ad un compagno, che sa per certo che sui calci d’anglo la sua squadra non ha mai avuto schemi, e così mette il pallone al centro alla meno peggio.
Coutequinho è un calciatore dotato di tecnica sopraffina, diventato celebre per i suoi goal da settanta metri, e per altre prodezze incredibili, ma è alto due mele o poco più. Quindi in tutta la sua carriera non solo non aveva mai segnato di testa, ma neppure era mai riuscito a toccare un pallone di testa. Ma, spinto da una forza inspiegabile, si libra nell’aire e impatta per la prima volta nella sua carriera il pallone con la fronte. Lacrime di commozione scendono dai suoi occhi ancor prima di vedere il pallone gonfiare la rete.
Il presidente Fornaciari, appassionato filatelico, ritrae con il proprio cellulare l’evento straordinario, pensando di ricavarne un prezioso francobollo per la sua collezione.
Intanto, viene ripristinata la parità numerica in campo, Celestino si fa espellere per un fallo inutile nell’area di rigore avversaria.
Canà sostituisce Crisantemo e mette dentro Aristoteles, passando a otto in attacco. Lo Stregone invece prova a coprirsi maggiormente e toglie un giocatore offensivo, abbastanza inoffensivo nella circostanza, e inserisce un calciatore difensivo, ultimamente protagonista di partite indifendibili. L’allenatore della Longobarda allontana Crisantemo pure dalla panchina e da quel momento, come per magia, cambia la partita.
La gara si avvia verso la fine, con il Borgorosso che con un punto avrebbe matematicamente l’accesso diretto in Champions League. Ma la Longobarda non si arrende e allorquando l’arbitro ha già il fischietto in bocca per decretare la fine, mette in atto uno schema mutuato dai cartoni animati, con un azione spettacolare di cui gli stessi protagonisti ancora non credono di esserne stati protagonisti, che si conclude con un delizioso assist di tacco per Aristoteles, che tira una castagna che toglie suo suocero Canà dal fuoco. Il pallone sbatte sotto la traversa e cade oltre la linea di porta, provocando le ire del Presidente Fornaciari, che – intervistato da Ceretti - urla alla propria squadra che non è degna di indossare i colori del Borgorosso.
Intanto, Oronzo Canà viene portato in trionfo dai propri tifosi, mentre lo Stregone anziché tornare a casa con la squadra, si allontana a bordo di una Fiat Duna.
Ma nulla è ancora perduto. Un campionato favoloso del Borgorosso rischia di essere rovinato da problemi interni, che dovrebbero rimanere interni. Il Presidente Fornaciari intima alla squadra e a se stesso di non rilasciare più interviste a Ceretti, che tra l’altro porta pure jella, fino alla fine del campionato. Lo Stregone si toglie la giacca e si rimbocca le maniche, e così tutta la squadra, e ritornano a lavorare, urlando in coro: “Chi si estranea dalla lotta è un gran figlio…”
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martedì 3 maggio 2011
Il ciuccio nuota verso la Gloria, di Gianni Puca
Il ciuccio nuota verso la Gloria, di Gianni Puca
pubblicato su www.pensieroazzurro.com
Giove Pluvio ha probabilmente dimenticato tutte le fontane aperte. Sul San Paolo piove come se anziché essere la serata del giudizio per la qualificazione Champions, fosse il giorno del giudizio universale. Ma gli spalti sono così gremiti che l’acqua non riesce a toccare terra.
Noè prende l’arca dal garage, gli è stato ordinato di salvare solo un tifoso, pure per risolvere il problema del traffico a Fuorigrotta, che quando gioca il Napoli si paralizza per ore. E si avvia verso il San Paolo ascoltando "chisto è 'o paese d''o sole, con lo stereo a palla". Stasera al San Paolo ci sono sessantamila spettatori circa, anche in virtù di uno storico gemellaggio nato con i genoani, a seguito di una vecchia Faccenda.
Le curve azzurre oggi sono più rosa che mai. Ormai manco più quello dell’ultrà è un mestiere prettamente da uomo. Adriana, Floriana e Francesca, sono i capi del tifo rosa della curva A, sebbene nella vita reale siano delle professioniste impeccabili. Floriana e Francesca, quando gioca il Napoli, si trasformano completamente, abbandonando i tailleur d’ordinanza e indossano attillatissime magliette azzurre e pantaloncini bianchi. Ma oggi, causa diluvio, sono costrette ad indossare scafandri da palombare nonché le pinne e le maschere da sub. Adriana, invece, anche in quelle condizioni spazio-temporali indossa il suo sobrio tailleur blu, e il suo tacco di ordinanza. Non si capisce come riesca ad attraversare il fiume d’acqua che divide il parcheggio dallo stadio con i tacchi, ma lei cammina sulle acque senza problemi, come Mosè.
I calciatori, cercano di andare da una parte all’altra del campo, con l’ausilio di zattere, gommoni e scialuppe di salvataggio. L’unico a suo agio sembra essere Lavezzi, che qualche giorno fa ha comprato lo yacht di Fabio Cannavaro e schizza sulle onde.
All’11’ rasoiata di Lavezzi che fa la barba al palo.
12’ Comincia a piovere in orizzontale. Circa trecento tifosi risultano dispersi tra le due curve e il settore distinti. In tribuna c’è anche qualche infiltrato juventino, ma quelli si sa… galleggiano, per un noto principio termodinamico.
19’ Punizione di Lavezzi, Pazienza di testa prova a battere Eduardo, che quest’anno ha già vinto dodici volte la “Papera di legno”, per la collezione di gollonzi subiti.
26’ Cavani prova a dribblare tutta la Liguria anziché servire Lavezzi solissimo.
Intanto, un biondo ultrà azzurro rimane folgorato dall’involontario sguardo di Adriana, che invece si accorge di lui solo dopo che Francesca e Floriana le tirano il tailleur e le indicano il sosia di Di Caprio, che continua a fissarla. Lei non lo degna di uno sguardo, ma le amiche cercano di aiutarla e rispondono in coro al posto suo: “Si, sì, ha capito”. E gli fanno segno di avvicinarsi, sperando abbia anche qualche amico nascosto da qualche parte.
Intanto, al 29’, Lavezzi dribbla quindici volte il suo diretto avversario, poi pennella un cross delizioso al centro, ma il pallone viene catturato dal napoletano sbagliato: Criscito. Floriana tira fuori il tamarro scolpito dentro di sé, esibendosi in un epiteto di sette minuti che contiene in sé tutte le male parole che facevano parte del suo ricco repertorio. Francesca la guarda allibita, dopodiché conia un apprezzamento per il difensore genoano, che lascia di sasso anche la frittata di maccheroni che Floriana stringe in pugno.
35’ Anche in tribuna si cominciano a contare i primi dispersi. Alcuni scafisti albanesi mettono a disposizione i loro mezzi per trasportare alcune migliaia di tifosi verso Lampedusa.
Tra il 37’ e il 38’ Lavezzi tenta due goal da cartoni animati in acrobazia. Adriana, intanto, comincia a rendersi conto che il pezzotto di Leonardo Di Caprio non è niente male, ma risponde alle sue amiche che lei non crede ai colpi di fulmine. Manco un secondo dopo, come per magia, un fulmine si abbatte sulla curva A fulminando trentasei tifosi genoani. Adriana si ricrede.
51’ Lavezzi dribbla trentasei avversari, ma una pozzanghera lo ferma in tackle.
53’ Spettacolare azione corale del Napoli, che si conclude con un tuffo di Maggio, che prova ad insaccare di testa. Ad oggi, anche Maggio risulta disperso, nonostante le incessanti ricerche della capitaneria di porto di Napoli.
55’ La pioggia aumenta, Ballardini si mette l’impermeabile di Cappuccetto rosso. Lavezzi, solo a due metri dalla porta, tira il pallone nel bosco di Capodimonte. Mazzarri, che ormai è fracicato come un vecchio lupo di mare, ulula a Eduardo, che ha preso tutto dalla nonna: “Che sedere grande che haaaaiiiii!”
62’ Calcio d’angolo di Hamsik, stacco di testa di Yebda. Eduardo para e pensa: “Adda passà ‘a nuttata”…
66’ Cross teso di Dossena, Kakla Kapadikaze serve il proprio portiere con un braccio, ma è involontario. Floriana e Francesca si esibiscono in una bestemmia sincronizzata che fa sbiancare tutti i membri del “club Napoli camionisti” di Roncobilaccio.
67’ Lavezzi, visto che con i piedi gli riesce difficile, prova a segnare di testa, ma Eduardo, con un tuffo che stupisce anche se stesso, para.
71’ Mesto, dopo una botta, accusa sensi di nausea e conati di vomito. L’arbitro guarda Gargano, che precisa subito di non essere il padre del bambino. Entra Polenta, con un paio di salsicce sarebbe perfetto per una serata invernale come questa.
73’ Trentesimo cross dalla sinistra di Dossena, Cavani riemerge dagli abissi per l’occasione e tira su Eduardo, che cola a picco.
82’ Adriana comincia a credere ai colpi di fulmine e, mentre è abbracciata a Leonardo sulla ringhiera di protezione, Aronica crossa dalla sinistra, Cavani spizza per Hamsik, e il San Paolo prima esplode in un fragoroso boato e poi si inabissa lentamente sul fondo come il Titanic. Sulle note di Celine Dion, Leonardo, ritrovatosi improvvisamente a galleggiare in prossimità della porta genoana, afferra la traversa e cerca di rimanere a galla. Vede Adriana, che a fatica riesce a nuotare a stile quaquaqua. La tira verso di se e la fa appoggiare alla traversa. Lui è felice, il Napoli ha vinto, lo scudetto ormai è andato, ma qualificazione Champions e Adriana sembrano ormai quasi matematicamente conquistati. La ragazza - che ha visto dieci volte il reumatico film - capisce che quel legnetto non sarebbe sufficiente a salvare entrambi, dà un bacio a Leonardo e poi lo spinge sul fondo. “Anche per me è stato bellissimo…” precisa lei… “… ma non si può volere tutto dalla vita”. E ritorna a riva utilizzando la traversa a mò di tavolozza.
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domenica 24 aprile 2011
I veri problemi della vita... di Gianni Puca
Come si fa a ridere dopo una sconfitta così?
Leggetevi questo...
ennesimo capolavoro...
Complimenti Gianni sei grande !
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IL CIUCCIO CHE VOLA
I veri problemi della vita...
di Gianni Puca, pubblicato su www.pensieroazzurro.com
Palermo-Napoli (Non ce la faccio a scrivere il risultato)
“E vabé, ma fossero tutti i questi i problemi della vita… E tu vuoi stare nervoso solo perché il Napoli ha perso?” Osserva inopinatamente Laura, mettendo a rischio la stabilità di un pluriennale matrimonio, fino ad allora felice, con l’unica frase che la moglie di un tifoso del Napoli non dovrebbe mai pronunciare e neppure pensare.
Gaetano, fino a qualche istante prima, era immobile come un soprammobile, bianco e freddo come una lapide. Ma quella frase blasfema, restituisce colore e calore al suo corpo esanime, che diventa viola e raggiunge la temperatura di ebollizione in pochi secondi. Gennaro si gira lentamente verso la voce che gli era arrivata alle spalle come una pugnalata. Incenerisce la moglie con uno sguardo laser in cui sono racchiusi novanta minuti di lenta sofferenza, di rabbia insopprimibile, di illusioni disintegrate, al termine dei quali Gaetano appende i sogni al chiodo...
Laura si trova sulla traiettoria dello sguardo feroce di un uomo a lei sconosciuto. Vorrebbe dire: “Ma che ho detto di così grave?”, ma per sua fortuna intuisce che aggraverebbe di gran lunga la situazione già delicata, e così opta per un sano e costruttivo silenzio.
Il piccolo Antonio, di due anni, interamente vestito d’azzurro, e che conosce a memoria la formazione del Napoli, osserva la faccia stravolta dal dolore del papà, poi guarda la mamma. Intuisce subito che è lei la cattiva, che sta facendo soffrire il suo papà, e gli abbraccia il ginocchio.
Gaetano guarda la moglie come se l’avesse vista per la prima volta, con gli occhi iniettati di sangue e pensa: “Ma chi è quella? Come diavolo ho fatto a sposare quella donna?” Lui non ha ancora proferito verbo, ma anche le mura della signora del piano di sotto riescono a percepire ciò che sta pensando. Quella frase aveva demolito le fondamenta di una vita felice insieme. Gaetano osserva la moglie dalla testa ai piedi, e quei bigodini, quelle pantofole, alle quali si era ormai assuefatto, gli diventano ora tutto ad un tratto insopportabili, come quella voce che era diventata improvvisamente fastidiosa come quelle vecchie porte poco oleate dei castelli infestati dai fantasmi. Secondo lei… una sconfitta del Napoli… non rientrerebbe tra i problemi gravi della vita?! E ma allora lui vorrebbe sapere da lei quali sarebbero i problemi gravi della vita? Lui non ne conosce di più gravi. Lui in tutta la sua vita non ha mai sofferto come quando il Milan vinse tre a due al San Paolo portando via alla MAGICA quello che sarebbe stato lo scudetto più meritato e spettacolare della storia. E lei se ne viene che la sconfitta del Napoli non è un problema grave?! Secondo lei, perdere la partita che ha fatto abbandonare a sei milioni di malati l’ultima speranza… non sarebbe una cosa grave? E quali sarebbero allora i problemi gravi? La munnezza? La camorra? La droga? “Ma chi se ne fooootteeeee?” pensa ad alta voce Gaetano, per il quale quello scudetto era quasi un secondo figlio.
No, la donna che aveva pronunciato quella frase non poteva continuare a rimanere nel suo campo visivo né in quello acustico. Almeno per le prossime quattro settimane.
Lei pensa: “E vabè, ma pure a casa mia sono appassionati di calcio, ma quando perde la squadra del cuore di mio padre e di mio fratello, non se ne fa una tragedia così”. Lei non ha il coraggio di dirla questa cosa, ma lui gliela legge negli occhi e, anche se non le risponde, pensa: “E per forza! Tuo padre e tuo fratello sono tifosi dell’A-ta-lan-ta! (scandendo Atalanta con sillabe gradualmente più schifate) Una sconfitta dell’Atalanta non è paragonabile ad una del Napoli. Il tifoso bergamasco non è come il tifoso del Napoli. La sofferenza del tifoso napoletano è diversa”.
Gaetano si chiede perché a Pasqua i parenti debbano necessariamente andare a casa degli altri parenti durante la partita del Napoli. E ma fossero solo parenti… No, a casa di Gaetano quel giorno erano passati in rassegna, in lenta successione, cognati juventini e romanisti, sorelle milaniste, cugini interisti, e addirittura zii bresciani… E ciascuno, durante la partita, pretendeva di baciarlo, di abbracciarlo. Qualcuno.. addirittura di parlare. Come si fa a parlare con un’interista mentre il Napoli sta perdendo a Palermo? Ditemelo voi. Come si fa a fare finta di niente, a trattarlo come se fosse una persona normale? Può un’interista essere considerato un essere umano normale?
Gaetano era stato costretto a grattarsi per tutta la partita come se avesse l’orticaria, ma invece teneva solo la scaramanzia. Gli occhi addosso sono una scienza esatta. E la colpa di quella sconfitta lui non può che attribuirla alla moglie, che ancora è attaccata a queste tradizioni ormai superate, e ancora apre la porta, durante la partita del Napoli, a parenti juventini, interisti, milanisti e romanisti. Solo perché è Pasqua! Quando il Napoli perde, a casa di un napoletano Pasqua non viene. Così come non viene Natale, Capodanno. Gaetano era rimasto chiuso in casa per una settimana a Ferragosto, con quarantasei gradi all’ombra, anche per la sconfitta all’ultimo trofeo Birra Moretti… Figuriamoci come non poteva essere considerato un problema grave aver perso partita e scudetto in un giorno solo. I leghisti vogliono sparare sui gommoni ai poveri extracomunitari che, via mare, cercano di raggiungere le coste italiane. Or bene, cosa dovrebbe dire e/o fare un povero tifoso del Napoli che cerca di trascorrere serenamente la Santa Pasqua davanti alla televisione allorquando vede attraccare barconi con a bordo orde di tifosi extranapoletani?
Lei è ormai impietrita, sa che quel lungo silenzio dell’idrofobo marito è intriso di rabbia; quegli occhi color collera dicono molto di più di quello che una vipera inviperita o una tarantola tarantolata potrebbero esprimere con le parole. Quello sguardo affilato come un coltello a serramanico penetra nelle carni di lei, che se potesse tornare indietro mai più pronuncerebbe quella frase, che aveva scoperto avere conseguenze deflagranti, che a confronto le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki erano tricchitracchi inesplosi.
Quella per lui era già stata una giornata devastante. Dopo l’urlo lanciato al goal di Cavani, che aveva fatto sobbalzare i mille tifosi assiepati sugli spalti del Barbera, nei successivi novanta minuti aveva subito diversi trapianti di fegato, dovuti alla inspiegabile presenza in campo di Cribari e alla mancata sostituzione immediata di Pazienza dopo il secondo inutile fallo da ammonizione. Ad un certo punto della partita, era rimasto con l’ulcera senza lo stomaco intorno. Ma il culmine si era raggiunto quando Mazzarri, al minuto sessantacinque toglieva Hamsik e metteva dentro Lucarelli. Per carità, Hamsik non aveva combinato chissà che cosa. Ma è un giocatore che spesso aveva risolto le partite, con un goal impossibile, con un assist imprevedibile. Quando Gaetano vede entrare in campo Lucarelli, i suoi occhi schizzano fuori dalle orbite, comincia trasudare bile, lapilli infuocati gli schizzano dalle narici. Avrebbe bisogno di un trapianto di ulcera! Lucarelli nooo, grida facendo tremare l’intero parco, composto da trecentocinquanta appartamenti. Nella storia del calcio si sono inventati assurde incompatibilità tra grandi campioni: Rivera non poteva giocare insieme a Mazzola, Baggio non poteva giocare con Mancini. Ma l’unica cosa matematicamente certa è che non si può giocare con Lucarelli e Cribari contemporaneamente in campo.
La cosa peggiore è che questa volta Gaetano non può prendersela neppure con l’arbitro, che mai come oggi è stato pro-Napoli, con un paio di decisioni che neppure lui si riusciva a spiegare. Lui che solitamente se ne strafotte altamente del fair play e di vincere meritando, e che ancora assume che il suo idolo Maradona contro l’Inghilterra segnò di testa..
Il colpo di grazia, in quella Pasqua di passione, gli era stato inferto alle spalle dalla moglie, nel mentre lui era già a terra immerso in una pozza di dolore, con sangue azzurro che gli zampillava dal cuore.
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martedì 19 aprile 2011
Non finisce qui... di Gianni Puca
ENNESIMO CAPOLAVORO CHE NON POSSO FARE A MENO DI RIPORTARE QUI.
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IL CIUCCIO CHE VOLA
Non finisce qui...di Gianni Puca, pubblicato su www.pensieroazzurro.com
Tonino, di mestiere, fa il tifoso del Napoli. E’ disoccupato dalla nascita. I genitori, entrambi in possesso di una discreta pensione, gli passano ancora la paghetta ogni settimana, sebbene compia quarant’anni oggi. La sua stanza, interamente tinteggiata di azzurro, è tappezzata dai poster di Maradona, Careca, Giordano, e di tanti altri campioni azzurri. C’è solo un immagine apparentemente non a tema, un poster di Eva Erzigova, nuda. Ma un motivo c’è: lei ha gli occhi azzurri!
Tonino ha vissuto i momenti più felici dei suoi primi quarant’anni nell’era Maradona. In quei fantastici sette anni, la sua settimana tipo, a differenza di quella della gente normale, iniziava di domenica e aveva un andamento strettamente connesso al risultato del Napoli. Se il Napoli vinceva trascorreva la domenica sera davanti alla televisione a guardare tutte le trasmissioni sportive, da quelle nazionali a quelle locali, riempiendo gli spazi vuoti a studiare le pagine del televideo della prossima avversaria. Cosa che aveva fatto pure questa settimana, leggendo quotidianamente il bollettino medico riguardante Sanchez e Di Natale. Il lunedì mattina era tradizionalmente rivolto alla lettura: corriere dello sport e pagina sportiva del Mattino, mentre il pomeriggio era dedicato al lancio di tricchitracchi usati e fialette puzzolenti in tutti gli esercizi commerciali dei napoletani di fede diversamente azzurra. Il martedì allenamento. No, lui non ha mai praticato sport in prima persona, ma viveva ogni partita del Napoli, che fosse Real Madrid – Napoli o Napoli – Cittadella come fosse la partita della vita. Nei sette anni magici, al Centro Paradiso ha collezionato più presenze del suo Idolo. Il calendario settimanale prevedeva studio della tattica il mercoledì, macumbe sul centravanti avversario il giovedì, ritiro spirituale il venerdì, e il sabato dal barbiere. Trascorreva giornate intere dal barbiere, ma senza mai farsi la barba e senza mai tagliarsi i capelli. E’ un fatto notorio che i massimi esperti di calcio si incontrano dal barbiere, e lui ascoltava ogni sabato i vari opinionisti, ex calciatori di quarta categoria, padri di nuove promesse del calcio mondiale.
Quando il Napoli perdeva, o anche pareggiava, entrava letteralmente in coma e si risvegliava solo il giorno della vittoria successiva.
Il periodo iniziato con Agostini e Imbriani, passando per la coppia Naldi – Corbelli, fino al fallimento del Napoli, che lui faceva coincidere con quello della sua vita, si può sintetizzare in un’unica interminabile e irripetibile bestemmia.
Poi arrivò De Laurentiis. E arrivarono anche Lavezzi, Hamsik, dopo qualche anno Cavani. Dopo anni di mortificazioni e di delusioni, Tonino aveva ritrovato il sorriso e aveva cominciato a covare un sogno. E lui era assolutamente certo che quest’anno sarebbe stato quello buono. Non poteva dire buono per cosa, ma di sicuro era l’anno buono. Dall’inizio del campionato, aveva iniziato a dipingere la facciata di casa sua. Poche pennellate al giorno. Il colore è inutile che ve lo precisi, non sarebbe potuto essere un colore diverso da quello della sua fede. I lavori erano terminati nella settimana in cui il Milan ha pareggiato in casa col Bari e perso a Palermo. E sembrava un segno del Destino. Il pomeriggio in cui il Napoli, vincendo a Parma, aveva momentaneamente agganciato il Milan in vetta in attesa del posticipo, aveva giurato che se succedeva il Fatto avrebbe tinteggiato di azzurro tutta Piazza Plebiscito. Palazzo Reale, la Chiesa di San Francesco di Paola e il colonnato dorico sarebbero diventate interamente azzurre. Al posto delle statue di Carlo di Borbone e di Ferdinando I, avrebbe messo quelle di Cavani, Lavezzi e Hamsik, assolutamente certo che neppure il Canova si sarebbe offeso.
Per la prima volta in vita sua, si era anche innamorato. Era capitato, manco a farlo apposta, all’inizio del campionato, e sempre manco a farlo apposta, di una ragazza con gli occhi azzurri.
Pensava che troppa felicità sarebbe stata insostenibile dal suo cuore poco avvezzo a tali tipi di emozioni. Ma il Napoli vinceva quasi tutte le partite, spesso all’ultimo minuto, e lui era sempre più innamorato, di Cavani, Lavezzi, Hamsik e di Lei, che era una delle quattro cose azzurre più belle del Creato, a pari merito con il mare, il cielo e la maglia del Napoli.
Quando chiudeva gli occhi, anche il buio gli sembrava ormai azzurro, come i sogni, come i suoi pensieri. Quando li riapriva si perdeva negli occhi di Lei, nelle finte di Lavezzi, nei goal di Cavani, negli assist di Hamsik. La sua era ormai una particolare forma di daltonismo, che gli faceva vedere tutto il mondo azzurro.
Il giorno prima di Napoli – Udinese, dopo aver letto che Sanchez e Di Natale avrebbero disertato quella che era la partita che più gli faceva paura, aveva avuto la matematica certezza che Dio fosse tifoso del Napoli. I colori delle quattro cose più belle del Creato lo confermavano. E così, nottetempo, dopo aver assistito al definitivo tracollo dell’Inter, che lo spaventava più del Milan, aveva cominciato a dipingere il colonnato d’azzurro.
La mattina dopo aveva chiamato un architetto perché voleva cominciare a progettare un futuro insieme a Lei. Aveva trovato addirittura un lavoro. Era stato appena assunto da una ditta che vendeva caffè borghetti all’interno dello stadio San Paolo. Il sogno della sua vita. Aveva presentato l’architetto a Lei, e aveva dato loro carta bianca. In paese lui era considerato uno degli architetti più in gamba, anche se era juventino.
La domenica l’aveva trascorsa interamente a domare il cavallo dei suoi pantaloni, che - imbizzarritosi a seguito delle troppe imprudenti dichiarazioni dei tuttologi – aveva cominciato a grattarsi da solo. I sapientoni, che avevano sempre detto che il ciuccio aveva la coperta troppo corta per poter sognare, ora pensavano che senza i due attaccanti titolari l’Udinese avrebbe perso certamente. I giornali settentrionali avevano addirittura messo in dubbio il leale svolgimento della gara, considerato anche che il giocatore più rappresentativo dei friulani pare sia stato già acquistato dal Napoli e l’unica punta è ancora di proprietà del Napoli.
Tonino, sebbene si fosse precipitato al botteghino, il primo giorno in cui erano stati messi in vendita i biglietti, non era riuscito a trovare manco un tagliando di curva inferiore. Così era stato costretto a seguire la partita da casa, rinchiuso come un leone in gabbia. Per tutto il primo tempo aveva passeggiato nervosamente sul divano. Poi, in un imprecisato minuto del secondo tempo, era rimasto immobile, sempre in piedi sul divano, a fissare un’immagine di quelle che mai avrebbe voluto vedere nella sua vita.
Gokhan Inler, è un validissimo centrocampista accostato al Napoli sin da quando era in fasce. Pare che addirittura Ferlaino lo avesse visionato durante una partitella ai tempi delle elementari e lo aveva opzionato, offrendo in cambio al preside grembiulini nuovi per tutta la scuola. Poi, per una serie imperscrutabile di disegni molto poco divini, l’acquisto era stato postergato di anno in anno. La mancata esultanza del mediano che da solo ha demolito il centrocampo azzurro, è forse la prova che l’acquisto è ormai cosa fatta. Ma l’immagine di quel pallone incastonato tra l’incrocio dei pali e i sogni di settantamila spettatori, più quelli di altri seimilioni di malati che non avevano trovato posto sugli spalti, fa fermare il cuore di Tonino.
La speranza, si sa, è sempre la penultima a morire, ma quando sul cross di Armero, German Denis stoppa il pallone di petto, una serie di immagini catastrofiche si susseguono nella mente dei napoletani. Tutti, e sottolineo tutti, pensano ancor prima che l’argentino scocchi il tiro ad Altafini. Anche quelli che a quell’epoca manco erano nati. Tutti. E sottolineo tutti, capiscono perché Sanchez e Di Natale si sono infortunati contemporaneamente, per la prima volta, proprio in quella settimana. Quando il Tanque - che ha ispirato la creazione di centinaia di nuovi tipi di bestemmie ai tifosi partenopei nei suoi anni di permanenza all’ombra del Vesuvio - ha calciato al volo quel pallone piovuto dalla sinistra, tutti, e sottolineo tutti, hanno pensato che quel pallone non sarebbe finito lì dove finivano il 97,8% dei palloni che l’argentino riceveva solo davanti al portiere quando indossava la maglia azzurra. No, tutti, ottimisti e pessimisti, sapevamo ancor prima che il novello core ‘ngrato colpisse il pallone al volo di destro (dopo aver provato ad impallinarci nel primo tempo di sinistro) che quel pallone avrebbe perforato il cuore di sei milioni di malati, causandone la morte sportiva.
Nello stesso preciso istante che il pallone gonfiava la rete, sul cellulare di Tonino arrivava un sms. Ma non era un messaggio di sfottò del solito stronzo milanista, no. Era molto peggio. Era il messaggio con cui Lei gli chiedeva scusa perché quella domenica aveva scoperto di essersi innamorata dell’architetto e che sarebbero andati a vivere a Firenze. Con uno juventino! Quella doppia tragedia, era ciò che di più terribile potesse capitare ad un napoletano.
Tonino era rimasto impietrito come gli abitanti di Pompei durante l’ultima eruzione del Vesuvio. Il Milan era ormai a sei punti e Lei era in treno in viaggio verso Firenze. Con uno juventino!
Lui, però, seppur morto, pensava che però se il Milan domenica perdesse a Brescia…e se Lei scoprisse che l’architetto, in realtà, è gay… Cazzo, il 97,3% degli architetti sono gay… perché proprio lui…invece…?
Tonino osserva il pubblico napoletano che, sportivamente, si alza in piedi ed applaude la squadra, che – comunque vada il campionato – ha regalato delle emozioni fantastiche ai propri tifosi. Lui vorrebbe alzarsi in piedi, anche se già è in piedi, ed applaudire anche Lei, che comunque, in quei mesi, gli aveva regalato le emozioni più magiche della storia delle emozioni da quando l’uomo ha inventato le emozioni. Per la prima volta lui aveva assaporato la felicità. Aveva pensato che il suo cuore era troppo debole per poter metabolizzare contemporaneamente quelle due Gioie così grandi. Ora pensava che era troppo debole per sopportare quelle due delusioni così grandi.
Ma pensava che, in entrambi i casi, era stato meraviglioso finché era durato, e pensava che però le favole finiscono solo quando uno smette di crederci. Soprattutto quelle azzurre…
E lui chiude gli occhi e continua a vedere tutto azzurro e, con l’ultimo filo di voce, grida in falsetto: “Non è ancora finita…”
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lunedì 4 aprile 2011
IL CIUCCIO CHE VOLA Napoli-Germania 4-3 di Gianni Puca
IL CIUCCIO CHE VOLA
Napoli-Germania 4-3
di Gianni Puca, pubblicato da www.pensieroazzurro.com
Che tra i settantamila malati presenti oggi al San Paolo, almeno a tredicimila siano saltati i by-pass non c’è nulla di strano, ma che al sottoscritto – durante questi novantaquattro minuti al cardiopalma - ne siano saltati sette, nonostante non avesse mai avuto interventi al cuore, è alquanto singolare.
Altro che accesso interdetto agli avversari non muniti di tessera del tifoso, da oggi in poi occorre richiedere all’ingresso del San Paolo la cartella clinica dei tifosi partenopei. Che a Napoli sia successo quello che è successo all’epoca di Maradona, è qualcosa di assolutamente meraviglioso, ma nessuno può dire che non se lo aspettava, e quindi in pochi sono stati stroncati da emozioni imprevedibili. Ma se quest’anno succede quello che nessuno pensa che possa succedere, a parte me che sono un irrealista estremista convinto, la popolazione partenopea si ridurrà di circa il 97%. Un buon 80% è costituito dai malati che non reggeranno all’emozione, e che dallo stadio San Paolo dovranno essere trasferiti d’urgenza nell’omonima e vicina clinica, e la restante parte schiatteranno d’invidia. Tutti gli juventini, interisti e milanisti che sono nati e cresciuti a Napoli, ma che hanno inspiegabilmente una fede diversamente azzurra smetteranno di soffrire e si spegneranno contemporaneamente al noventasettesimo minuto dell’ultima giornata, ciascuno con una diversa espressione di sofferenza sul volto.
La goduria più grande di questa giornata, tuttavia, non è stata quella immediatamente successiva ai quattro goal con i quali abbiamo demolito il muro eretto dall’ottimo Reja, ma assistere alla mia trasmissione Mediaset preferita, senza volume. L’ho vista dal primo all’ultimo minuto senza dare loro la possibilità di parlare. Io lo posso intuire cosa avranno detto, ma come direbbero i laziali “non me ne può frega’ de meno”. La televisione è bella anche, anzi forse solo, per quello. Faccio parlare chi mi pare, e di quei signori oggi desideravo solo gustarmi le facce sofferenti. Il tiro di Brocchi era certamente entrato, lo ha visto pure Stevie Wonder, ma vi pare che una favola del genere poteva finire con un goal di un ortaggio? A quei signori vorrei dire solo che Signori si nasce, e Totò Aronica, Signore lo nacque. Trenta secondi dopo la giusta ingiustizia perpetrata da Banti, che in passato è stato tutto tranne che un arbitro pro - Napoli, il Signor Aronica ha spinto il pallone nella propria porta pur sapendo che quella era la propria porta, e tra l’altro, con il sinistro. Avesse “segnato” di destro, si sarebbe potuto malignare che quello era l’ennesimo errore del terzino siciliano, che oltre a far danni con le mani, li fa pure con i piedi, e invece no. Dando per scontato che Aronica abbia un piede buono, quell’autorete è stata realizzata proprio con il piede buono. E sfido chiunque a provare che non lo abbia fatto apposta per non sentire nelle orecchie per un’altra settimana chi vorrebbe addirittura dire che gli arbitri ora soffrano di una sud-itanza psicologica anziché dell’atavica norditanza.
E, al di là, delle scontate analogie tra la semifinale mondiale tra Italia e Germania, conclusasi con identico risultato nel 1970, e costellata da emozioni parimenti esaltanti, chi non ha rivisto Gerd Muller, nell’azione del secondo goal tedesco, nel guizzo di Totò Aronica? E la respinta di De Sanctis non vi ha riportato alla mente quella di Albertosi?
E poi voi ve lo ricordate il difensore tedesco Schnellinger che aveva giocato migliaia di partite nel Milan senza mai realizzare un goal e che segnò il goal dell’1-1 contro l’Italia in quell’epica partita? Quanti goal più del tedescone aveva messo a segno prima di oggi il difensore della Lazio Dias? Che Dio lo abbia in gloria!
Per onestà, dobbiamo ammettere che manco il nostro difensore Dossena aveva segnato molto più di Burgnich prima di oggi, ma la circostanza che legittima questa stra-epica vittoria è che il Signor Edinson Cavani oggi sembrava posseduto dagli spiriti di Boninsegna, Gigi Riva e Gianni Rivera! L’uruguaiano sembrava uno di quei prodotti acquistati con le offerte tre per uno. E il Napoli, al prezzo di una Quaglia, ha comprato da Mandi, Roberto Boninsegna, Gigi Riva e Gianni Rivera, tutti in un unico prodotto.
Il ricordo della partita di oggi è assai confuso nella mia mente. Ricordo solo un maledetto semaforo finto posto un chilometro prima del ristorante dove avevamo prenotato io e un gruppo di amici per andare a vedere la partita, che ha proiettato luce rossa per quarantasette minuti, fin quando non mi sono rotto le scatole ed ho proseguito di corsa, giungendo qualche minuto dopo il fischio di inizio. E ditemi che questo non era un presagio di ciò che poi sarebbe accaduto in campo…
Ricordo che dopo il goal di Mauri avrei voluto commettere quasi tutti i peccati mortali. Ricordo che dopo il goal di Schnellinger ho bevuto un bicchiere di vino bianco per annegare il dolore nell’alcool.
Ricordo che nell’ultimo momento di lucidità sono corso da Angie, un’amica che avevo visto la sera prima indossare un ciondolo con un grosso corno. E ricordo che in quel ristorante c’era un gruppo di gobbi che portavano più sfiga di Agostinelli che faceva il commento tecnico in televisione, sebbene i gobbi portino notoriamente bene. Non quelli bianconeri, però.
Ricordo di aver inviato un sms ad un mio amico editore televisivo, noto nemico di Dossena, scrivendogli: “Ora segna Dossena”. E ricordo subito dopo che Burgnich e Dossena si sono catapultati su un pallone vagante in area e di testa mi hanno fatto risvegliare da uno stato di coma vigile, che secondo alcuni dei medici in sala si trattava invece di una morte molto poco apparente.
Ricordo che in un imprecisato minuto Cavani, sempre Lui, scaraventava il goal del pareggio nella porta del nano malefico, tirando fuori dal mio basso ventre un epiteto che giuro non ho capito manco io e che non sarei in grado di ripetere mai nella vita con una tale espressività che ha sconvolto un gruppo di ragazzine tedesche che si ubriacavano al tavolo accanto, sebbene manco loro avessero capito cosa diavolo avessi detto.
Ricordo che avrei voluto uccidere Salvatore Aronica, dopo il goal del 2-3, così come probabilmente milioni di italiani (compreso me se fossi nato tre anni prima) avrebbero voluto uccidere Gerd Muller in quella storica semifinale.
Ricordo che quando l’arbitro ha concesso il rigore al Napoli, la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un articolo che avevo letto per caso la mattina, con una dichiarazione di Grande Puffo che diceva al connazionale Cavani che se avesse avuto un calcio di rigore a favore, lo avrebbe parato sicuramente. Ricordo che durante i minuti di inutili e ingiustificate proteste dei laziali ho cercato il corno in tutte le tasche, ingoiandolo subito dopo la trasformazione del matador. Me lo ero appeso al collo! Dicono che il corno porti ancora più fortuna quando viene ingoiato, e infatti, nel mentre era incastra nel mio intestino, ecco la spizzata di Lucarelli per Mascara, che sempre di testa fa la sponda per Cavani, che ha ormai registrato alla SIAE il goal che segnò domenica scorsa al Cagliari e ne mette a segno uno identico, facendo scoppiare milioni di cuori e migliaia di by-pass.
Dopo quel goal ricordo solo che ho bevuto un bicchiere di vino rosso e che sono completamente astemio. E ora non so dove mi trovo. So solo che mi trovo a due punti sull’Inter, che ho una trentina di punti su Juve e Roma, che la Lazio e l’Udinese hanno perso, e che il Diavolo si dovrà vendere l’anima a qualche Collega per vincere questo campionato.
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